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Alibi. Il caso Shalabayeva Ep. 1: L’espulsione

 

Il dissidente del governo kazako Mukhtar Ablyazov è ricercato dall’Interpol per truffa e reati fiscali. Durante la notte tra il 28 e il 29 maggio 2013 la polizia fa irruzione in una villetta di Casal Palocco alle porte di Roma.Il banchiere non è lì. C’è Alma Shalabayeva, trovata in possesso di un documento contraffatto della Repubblica Centrafricana intestato ad Alma Ayan. Il marito della donna era un rifugiato: Alma Ayan era dunque un nome di copertura? Alma Shalabayeva viene fatta salire su un jet privato noleggiato dall’ambasciata di Astana ed espulsa dall’Italia insieme alla figlia Alua di sei anni. Un «rapimento di Stato», è stato definito. Il rimpatrio costa l’incriminazione e l’accusa di sequestro di persona a sei poliziotti. Tra loro ci sono i questori Renato Cortese, emblema dell’antimafia, e il collega Maurizio Improta. Le loro carriere si bloccano a causa della sentenza di Perugia che li ritiene responsabili di un «crimine di lesa umanità realizzato mediante deportazione». «Alma Shalabayeva serviva come esca per catturare il marito ribelle», tuona l’accusa. I superpoliziotti vengono condannati a cinque anni di carcere. Le parole dell’ex procuratore romano Giuseppe Pignatone aiutano gli imputati ad essere scagionati nel processo d’appello: «Nessuno ci parlò di asilo politico». Dirigenti, funzionari e agenti della questura di Roma hanno impiegato nove anni per dimostrare la loro innocenza.